Principale

Principale 2018-02-21T21:31:13+00:00

Nell’anno 1710 l’agiato artigiano Felipo Canti si trasferisce da Saluzzo nel piccolo paese di Pinerolo dove ha sposato Anna Maretti nel 1704. Un anno dopo il matrimonio, nasce loro figlio Massimo che impara il mestiere di falegname. La pianura del Po, ricca di boschi, è luogo favorevole al mestiere dal punto di vista economico. Nel 1718 nella famiglia succede una tragedia – muore Anna Canti. La responsabilità verso la famiglia spinge il padre ad ottenere nel 1722 l’esonero dal servizio di leva per il figlio, affinchè lui lo possa aiutare. Massimo ha un talento straordinario per la falegnameria e una volta diventato buon falegname non vuole rimanere un semplice artigiano. Il ragazzo desidera avvicinarsi all’arte e pensa di diventare un artista. Per non perdere l’unico erede dell’affare prosperante, Felipo manda suo figlio dai parenti a Torino, l’anno stesso in cui lui diventa un allievo del maestro nello studio dello scultore, mobiliere, incrostatore Piffetti.

Pietro Piffetti (1700–1777). Famoso scultore, pittore, incrostatore italiano. Era alle origini dell’arte dei mobili in Italia. Lavorava sotto il patrocinio del duca Chiablese e ha creato la maggior parte delle sue opere per i Savoia. É l’autore di innumerevoli mobili tra cui armadi, credenze, etagere, set di scacchi, cornici per quadri e specchi. Nella decorazione usava intagliature su legno e applicazioni di bronzo dorato.

Avendo dimostrato di essere un allievo capace e sveglio, solo tre anni dopo Massimo Canti apre la propria officina di mobili a Torino in via Baldini. Il 27 marzo 1728 sposa Pietra Sedici, una figlia del poco noto artista-incrostatore Antonio Sedici. Il Signor Sedici è un grande amico della famiglia Piffetti; questo probabilmente influenza la scelta del giovane Canti, ma in ogni modo, adesso lui lavora in proprio, pur rimanendo strettamente legato all’affare prosperante di Piffetti che a sua volta favorisce lo sviluppo dei suoi affari.

Massimo e Pietra hanno cinque figli, tre dei quali raggiungono l’età adulta – la figlia Maria e i figli Ernesto (1729 – 1790) e Giovanni (1733 – 1760). A differenza del suo maestro e modello Piffetti, Massimo produce i mobili per “una classe media” di borghesia benestante. Non perde neanche l’occasione di partecipare agli ordini gestiti da Piffetti (rifinitura del Castello Moncalieri e fornitura dei mobili per una villa del duca di Ardena). L’officina Canti prospera, lui riceve molti ordini. Nel 1735 circa, nella sua officina lavorano 20 persone. In questo periodo Canti si dedica alla sperimentazione su un determinato mobile: la credenza.

La credenza – inizialmente il mobile dell’altare nella chiesa, è diventata famosa tra i laici come posto dove mettere le bibite e le stoviglie. In ogni sala da pranzo piccola o grande c’era una credenza, che di seguito è diventata il simbolo dello stile italiano. Le stoviglie sitemate in modo strettamente simmetrico sui suoi scaffali erano in un certo modo una presentazione del proprietario della casa e del benessere della famiglia. Accanto alla credenza mettevano i frigoriferi giganti in metallo o in rame. Nelle sale da pranzo del Papa e delle famiglie nobili mettevano piccole credenze con le brocche in argento per pulire le mani.

Le credenze e altri mobili dell’officina di Canti conquistano la notorietà tra i ricchi di Torino, ma il maestro è depresso dal fatto che la sua paternità sia in alcuni casi messa in dubbio. I migliori esempi vengono fedelmente copiati dai concorrenti e l’assenza del marchio dell’autore permette facilmente di farli passare per i prodotti del famoso Massimo Canti.

Tale situazione è causata dal fatto che fino al XIX secolo in Italia non c’é un unico sistema fiscale, riguardante gli artigiani e i loro prodotti. Di conseguenza gli artigiani non hanno il diritto di mettere marcature sui loro articoli, né di usare il marchio d’autore o il bollo o qualsiasi altro tipo di segno di riconoscimento. Per questo motivo ai nostri giorni a volte è difficile stabilire la paternità di questo o di quel maestro, senza la conferma effettiva delle sue opere. Se questo non ha nessuna importanza per Piffetti, che svolge il lavoro in proprio sotto il patrocinio della nobiltà locale, la situazione per Massimo Canti è difficile.

La situazione è completamente diversa nella vicina Francia, dove devono pagare le tasse tutti gli artigiani e la legge stessa stabilisce che il maestro metta il marchio d’autore su ogni sua opera. Dopo lunge riflessioni, nel 1753, Massimo manda suo figlio minore Giovanni a Parigi perchè studi e lavori nell’officina di Jean-Francois Oben.

Jean-Francois Oben (1720 – 1763). Il più grande ebanista francese. Autore del “tavolo cilindrico” che era stato iniziato dall’autore per Luigi XV (ai nostri tempi il tavolo si trova al Louvre) e era stato finito dopo la morte di Jean-Francois dal suo allievo Jean-Andre Resiner (1734 – 1806).

Tra i progetti di Massimo c’è l’apertura a Parigi di un’officina Canti con marchio d’autore. Dopo aver lavorato per 4 anni come allivo di Oben, Giovanni, con i soldi ricevuti dal padre nel 1758, apre la sua officina e inizia a produrre i mobili Canti. Il lavoro con Jean-Francois Oben influenza il giovane mobiliaio e per questo i primi esempi di mobili Canti, conservati fino ai nostri tempi, sono caratterizzati piuttosto dallo stile francese che da quello italiano. Purtroppo, nella primavera 1760 Giovanni si ammala di etisia, di cui muore al ritorno a casa a Torino, nel settembre 1760. Distrutto dal dolore, Massimo proibisce con fermezza al figlio maggiore di lasciare Torino per mettersi a capo dell’officina a Parigi. L’officina rimane nella gestione di Marcel Carro, amico e collega di Giovanni, ma lui non possiede le capacità neccessarie e presto la filiale Canti viene perduta per debiti. A seguito della disgrazia subita, Massimo si chiude in se stesso e da patriarca duro diventa anziano malato. Nel 1761 muore lasciando l’officina al figlio maggiore e mettendo una condizione obbligatoria ai suoi discendenti: “I mobili Canti devono essere prodotti sono nelle officine Canti a Torino”. Quindi, all’unico figlio di Massimo rimasto, Ernesto, non rimane altro che lasciare perdere i suoi progetti ambiziosi di vedere il mondo e sistemarsi in modo solido a Torino. Lo fa con successo: entro il 1769 a Torino sono già due le officine, in ognuna lavorano 50 persone. I mobili che vi si producono hanno continuo successo non solo a Torino ma anche nelle città vicine. Nonostante numerose proposte, Ernesto si rifiuta di aprire le officine nelle altre città e con il passare del tempo il nome di Canti diventa attributo integrante di Torino.
Ernesto segue l’amministrazione dell’azienda fino all’età di settant’anni e solo quando diventa completamente debole passa la gestione a suo figlio Mario (1767 – 1835) nato dal matrimonio con Paola Medini. In totale Ernesto ha sette figli, dei quali all’età adulta arrivano in quattro: il figlio Mario e le tre figlie – Anna, Maria e Francesca.
Le officine di Canti prosperano – durante la vità di Mario i lavoranti praticamente raddoppiano e suo figlio Giacomo (1790 – 1866) che eredita l’azienda da padre, crea una specie di fabbrica moderna dove lavorano duecento persone.
Negli ultimi anni della vita di Giacomo (1861–1865), Torino diventa la capitale del Regno d’Italia. Nella ricchissima regione inizia l’afflusso di nobili e di grande somme di denaro. Nell’artigianato, e in particolare nel settore della produzione di mobili, scoppia un vero e proprio boom. I Canti sono una famiglia benestante, ma non si lasciano sfuggire l’opportunità di eseguire degli ordini interessanti e sopratutto vantaggiosi. Uno di questi è l’ordine per una serie di mobili per il conte Rettini. Il figlio maggiore di Giacomo, Gaspare (1820 – 1900), al quale Giovanni negli ultimi anni della sua vita ha passato l’amministrazione degli affari, accetta di ammobiliare una sala da pranzo per una villa fuori città della favorità del conte Rettini, Claudia de Maroni. Questo ordine non promette tanti soldi ma assicura il patrocinio di persona nobile. Il conte è talmente entusiasta quando ne ha visto il suo risultato, che ordina a Canti l’arredamento per il suo palazzo a Druento.
Purtroppo, la crescità impetuosa della produzione della famiglia Canti si ferma e l’azienda è sull’orlo della catastrofe. Dopo una serie di conflitti, avvenuti durante l’abbattimento forzato del potere reale a Torino, la famiglia Canti cade in disgrazia, e a causa dell’incendio nel 1890, che distrugge la più grande delle due officine, deve diminuire la produzione. Sullo sfondo delle crescenti manufatture, il business del Canti è solamente una piccola officina locale, serbante le antiche tradizioni ma incapace di concorrenza efficace. Ma nonostante tutto Gaspare lavora con tenacia, sperimenta e migliora la qualità dei suoi prodotti, e all’inizio del secolo, lascia ai suoi discendenti un’ azienda non molto grande ma con una posizione solida e con un capitale sociale di 100 mila lire.
Dopo di lui l’azienda è ereditata dal figlio Vincenzo (1841 – 1932). Soltanto suo nipote (il pronipote di Gaspare) Giovanni (1901 – 1990) potrà vedere, negli ultimi anni della sua vita, il ritorno della grandezza Canti. L’azienda Canti fino alla fine del XX secolo è un’azienda di gestione familiare di medie dimensioni che va lentamente in decandenza rispetto alle grandi manufatture. Ma il caso vuole che nel 1985 il nipote di Giovanni, Ernesto (nato 1960) si sposi vantaggiosamente con la figlia maggiore dell’industriale torinese Gianni Pivoli, Marie Pivoli. Il capitale ricevuto favorisce nel miglior modo possibile la realizzazione dei progetti accarrezzati da decenni dagli uomini della famiglia Canti: trasformare l’impresa familiare in una grande azienda prosperosa e redditizia.
In condizioni di concorrenza crescente non è un affare facile, ma Ernesto riusce a sfruttare nel miglior modo le possibilità che gli si aprono. Nel 1989 fonda uno studio di design che si specializza nel design industriale. Seguendo i consigli del suo bisnonno Giovanni, usando una ricca esperienza familiare, concentra la sua attività sull’elaborazione del design dei mobili di prima classe, in particolare le cucine di alta qualità. A partire dal 1991 uno studio di design «Canti» si occupa dell’elaborazione del design dei mobili da cucina, Ernesto fa ordini di produzione alle migliori fabbriche italiane, eseguendo il controllo totale di tutte le tappe della produzione. All’inizio la produzione delle cucine «Canti» ha carattere privato, ma col passare del tempo il volume della produzione cresce e entro la fine degli anni 1990 lo studio di design «Canti» inizia ad effettuare la distribuzione di prodotti all’estero.

Nel 2003 apre una rappresentanza dei «Canti» in Francia, nel 2004 – in Germania e in Gran Bretagna. Le rappresentanze provvedono al collocamento degli ordini per l’ assemblaggio dei vari componenti dei mobili prodotti in Italia, effettuano la vendita dei mobili attraverso una rete di proprie show-room e la distribuzione nei saloni dei partner.

Le antiche tradizioni di qualità, moltiplicate dalla laboriosità e fedeltà all’impresa che hanno sempre contraddistinto la famiglia Canti, favoriscono nel miglior modo la prosperità del business dei mobili. L’insuperabile qualità delle cucine «Canti» conquista rapidamente ammiratori in molti paesi del mondo e con gli anni la loro notorietà cresce. In una delle interviste Ernesto ha formulato precisamente la filosofia dei «Canti»: «Mi occupo di mobili da tutta la vita. Ci metto il mio cuore come facevano mio padre e nonno, i loro padri e nonni. Quando ti dedichi all’occupazione preferita da cosi tanti anni, la senti nel tuo sangue e non puoi fare altrimenti. La tradizione dei Canti è la qualità. La migliore qualità. Questa è la sostanza di quello che facciamo e di quello che faremo in futuro.».